28 agosto 2017

Vi confesso una cosa: non mi piace per niente scattare fotografie con il mio smartphone. Ho aperto decine di account Instagram, soprattutto per esplorare il mezzo e capire il suo funzionamento; ogni volta, puntualmente, mi trovavo qualche mese dopo ad eliminare l’account, con un record di UNA fotografia all’attivo e pochissime ore spese a farmi gli affari altrui.

Le foto al tempo degli smartphone

Mi sono soffermato più volte a riflettere sui motivi per cui abbia perso l’abitudine di scattare fotografie, nonostante fare foto e riguardarle a distanza di tempo abbia sempre suscitato un’emozione positiva in me.

Sono giunto all’amara conclusione che non è tanto il gesto, ma il mezzo che mi ha spinto ad allontanarmi dallo scattare foto. Seguitemi in questo ragionamento, e perdonatemi se vi sembrerà un po’ folle. Fare foto con lo smartphone è diventato troppo semplice, troppo immediato. Nel corso della nostra giornata, vediamo un numero incredibile di fotografie, dalla pubblicità ai social network, dalla carta stampata ai supporti digitali. Tutti scattano foto, le pubblicano, le inviano, le condividono.

Paradossalmente, mi sono reso conto che più è semplice scattare fotografie, meno significato ed importanza attribuiamo ad esse. Niente di nuovo, giusto? Una semplice legge economica: quando l’offerta aumenta esponenzialmente, il prezzo del bene precipita di conseguenza. Ma qui non si parla di prezzo: si parla di valore, che è tutta un’altra cosa.

Perché proprio tu?

Ho preso in mano il mio telefono, aperto la fotocamera ed inquadrato a turno tutti i miei amici, senza mai scattare. Ed è in quel momento che, come un fulmine, questa domanda ha schiarito il buio dei miei pensieri e tutto è risultato più chiaro: “Perché dovrei fotografare una persona piuttosto che un’altra?”

Sarà una frase banale, ma è la motivazione che dipinge la nostra vita di un colore piuttosto che di un altro. Svegliarsi alle 6 di mattina, di per sé, non ha alcun tipo di connotazione. Il colore è definito dal motivo: stai andando ad un appuntamento di lavoro o stai partendo per le vacanze? Allora mi sono immerso nella ricerca. Avevo bisogno di una risposta non razionale, ma emotiva. Che non convincesse il mio cervello, ma innanzitutto il mio cuore.

Vintage digitale

Ed è così che ho scoperto l’esistenza di un’applicazione mobile, Gudak, che simula l’utilizzo di una macchina fotografica usa-e-getta sul vostro dispositivo mobile. A parte l’aspetto grafico, curato nei minimi dettagli, è il concetto quello che ha promosso in me un cambiamento. 

Innanzitutto, le fotografie scattate con Gudak sono visibilmente meno “perfette” della loro versione moderna, cosa che riporta il ruolo della luce (e di conseguenza l’abilità del fotografo) in posizione centrale. Ma la vera rivoluzione è dettata dal tempo.

I tempi di Gudak sono la parte innovativa dell’applicazione. E la cosa sconvolgente è che l’implementazione di queste funzioni è di una semplicità imbarazzante; ma, di nuovo, non è la tecnica, non è il codice a fare la differenza. Questo ruolo spetta alle idee, come scrivevo in uno degli articoli dello scorso mese.

L’anteprima della fotografia, proprio come nelle macchine di una volta, è sensibilmente ridotta all’osso. Il numero di fotografie che si possono scattare è limitato a 24 ogni 12 ore. Ma la vera chicca è la riproduzione dei tempi di sviluppo: 3 giorni, senza scorciatoie, senza via d’uscita. Per 72 ore, non potremo vedere le foto che abbiamo scattato, non sapremo se sono mosse, sfocate, inquinate dalla luce.

Un waltzer con il tempo

Gudak mi ha fatto fermare un attimo (di nuovo il concetto di tempo), mi ha fatto riflettere su qualcosa di più profondo di una semplice abitudine che non apprezzo più come una volta. Per questo, a parer mio, è un prodotto che vale la pena condividere; perchè supera la concezione moderna della fotografia, la mescola con il passato e cerca di farci riflettere su ciò che è cambiato e su come questo abbia influito sul nostro modo di percepire l’atto di scattare una foto.

La mia risposta, alla fine del percorso, è stata molto chiara e semplice. Le costrizioni rendono le cose preziose. Poter scattare un numero virtualmente infinito di fotografie e averle immediatamente a disposizione, potendole addirittura condividere con il mondo intero in un instante, è un’innovazione tecnologica incredibile. Dall’altro lato, ciò che ho capito è che mi ha privato dell’elemento dell’attesa, della sacralità dell’atto di scattare, sviluppare ed attendere il risultato, con anticipazione e desiderio.

Vi lascio con un breve estratto dal sito ufficiale del team di sviluppo che ha lavorato su Gudak:

Perchè 3 giorni?

In realtà, ci abbiamo messo un po’ di tempo a prendere una decisione.

A volte, ricordiamo i tempi in cui i vecchi fotografi nei loro studi ci dicevano “torni fra tre giorni a ritirare le sue foto”.

La scienza ci dice che ci vogliono tre giorni per abbandonare un ricordo. Ma ci dice anche che, se riporti il ricordo alla memoria dopo tre giorni, quel ricordo resterà scolpito nella tua memoria a lungo termine. Sarà un momento che starà con te per sempre.

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